Home > Rubrica Avvocato > Direttiva 2004/83/CE del Consiglio d’Europa

“Uno Sguardo ai Diritti Civili” di Miguel Coraggio – Responsabile Sportello Legale Arcigay “Marcella Di Folco”.

Rubrica pubblicata settimanalmente sul quotidiano “Cronache del Salernitano”.

Rubrica del 13-11-2013 – Direttiva 2004/83/CE del Consiglio d’Europa

L’ art. 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo riconosce alle persone perseguitate nel proprio paese d’origine di essere protette presso un’autorità straniera. È il c.d. diritto d’asilo che la Convenzione di Ginevra garantisce ai “rifugiati”, intesi quali tutti coloro impossibilitati a rientrare nel proprio paese di origine per timore di subire violenze e persecuzioni. Il riconoscimento dello status di rifugiato è effettuato dai governi firmatari di appositi accordi con le Nazioni Unite o dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

La Direttiva 2004/83/CE del Consiglio d’Europa in materia di contenuto ed attribuzione della protezione internazionale, modificata dalla Direttiva 2011/95/UE dell’Unione Europea individua i requisiti affinché si possa godere dello status di “rifugiato”. La recentissima sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 7 novembre scorso ha interpretato e chiarito tale dettato normativo stabilendo che lo status di rifugiato per le persone LGBTI, si basa su tre requisiti: appartenenza ad un determinato gruppo sociale, esistenza di norme nel paese di origine che sanzionino l’omosessualità ed, infine, il requisito della “discrezione”. Pacificamente, nella prassi giurisprudenziale della Corte, le persone LGBTI sono considerate appartenenti ad un determinato gruppo sociale considerando che con tale espressione ci si riferisce ad un gruppo di persone che condividono una caratteristica comune, immutabile o fondamentale, e che viene percepito “diverso” da parte del resto della comunità.

La verifica della pericolosità delle conseguenze scaturenti dalla vigenza di norme penali che sanzionano l’omosessualità è invece rimessa alle indagini delle autorità nazionali che hanno l’onere di compiere tutti gli accertamenti necessari. La Corte ha, infine, precisato che la Direttiva Qualifica che deve essere interpretata nel senso che “le autorità competenti non possono ragionevolmente attendersi che, per evitare il rischio di persecuzione, il richiedente asilo nasconda la propria omosessualità nel suo paese d’origine o dia prova di riservatezza nell’esprimere il proprio orientamento sessuale”.

Seguici e condividi:

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.

Ti è piaciuto questo sito? Dillo a tutti :)